ALESSANDRO ZUANAZZI

17 Marzo 2021 | Clarita Ferri

Alessandro Zuanazzi
Allenatore di Basket della San Paolo Valeggio

NOME: Alessandro
COGNOME: Zuanazzi
CLASSE: 1993
RESIDENZA: Vigasio
LAVORO: Insegnante di Storia dell’Arte
CARICA: Allenatore di Basket
SPORT: Basket

Alessandro Zuanazzi, “Zua” per gli amici. Giocatore, dirigente e allenatore. Nella San Paolo dal 2017, Alessandro costruisce la sua vita su due colonne portanti: lo sport e l’arte. Due pianeti distanti, che si uniscono in una sola persona, un ragazzo semplice e con i piedi per terra, con occhi che sanno brillare davanti ad un campo da basket tanto quanto di fronte ad un edificio medievale. In un secolo così freddo ed egoista, Zua è un ragazzo d’oro che ha un’unica ambizione: mettere in primo piano la squadra, sempre e comunque. E trasmettere questo valore ai propri ragazzi, non con la superiorità di chi sa tutto, ma con l’umiltà di continuare ad imparare, non per diventare qualcuno, ma per trasmettere qualcosa. E trasmetterlo al meglio.

Ale, il tuo percorso di studi in poche parole?
“Liceo Classico al Medi, triennale in Beni Culturali a Verona e magistrale in Storia dell’Arte. Ora insegno alle scuole medie a Castelletto di Brenzone. Il mio è un percorso abbastanza coerente, perché le materie umanistiche mi sono sempre piaciute. Avevo iniziato con le superiori a marzo 2020, in pieno lockdown: dietro ad uno schermo non è stato facile, ma non potevo capitare in un posto migliore. Ora mi sto concentrando su alcuni esami necessari per insegnare anche Italiano, Storia e Geografia.”

Come descriveresti la tua carriera sportiva?
“Una carriera gloriosa, ricca di successi. Scherzo. In un paesino di calciatori, ho iniziato a giocare a basket in prima elementare. Nonostante non fossi un campione, alle medie mi sono distinto, ero uno dei più bravi. Quando mi sono trasferito nella squadra di Villafranca è cambiato il mondo: ho capito che il basket era lo sport per me. Pur essendoci giocatori molto più bravi, riuscivo a stare in campo perché giocavo con testa, in momenti in cui altri andavano su di giri. In quinta superiore abbiamo vinto il torneo provinciale, un anno meraviglioso. Poi sono stato due anni in serie D a Sommacampagna, l’unica parentesi negativa per il fatto che ho giocato pochissimo, all’ombra di gente esperta. Ma i due anni più belli li ho trascorsi in promozione a Erbè, con una squadra eccezionale. Attualmente sono dirigente sportivo a Quaderni, dove siamo riusciti a fondare un settore giovanile in questi ultimi mesi.”

È difficile riuscire ad essere giocatore, dirigente ed allenatore allo stesso tempo?
“Una confusione di ruoli. In alcuni momenti mi ha dato problemi: spesso mi comportavo più da dirigente che da giocatore. In certe situazioni non sono il tipo che sta zitto. Le vivo focosamente. E ammetto che qualche volta mi sono lasciato andare. In ogni caso, non ho mai allenato in prima persona, ma mi piace vedere una collaborazione come squadra, non ragazzi che cercano di ‘uscire dal vaso’.”

Da bambino avevi un modello da seguire?
“Molti ammirano il giocatore che fa cose impossibili, ma io sono sempre stato conscio dei miei limiti. È troppo facile dire Jordan o Lebron. Guardo giocatori meno conosciuti, che compiono gesti significativi per la squadra. Uno di questi è Dirk Nowitzki, stella dell’NBA, ma mai troppo appariscente sui giornali. Un umile lavoratore sottovalutato da tutti, vincitore di un titolo per meriti nel 2011: un antieroe che domina silenziosamente. Questi sono dettagli che fanno la differenza per me. E mi rispecchio molto in questo: se mi mettessi a tirare ogni palla, i miei compagni mi attaccherebbero al muro, ma non sarebbe mai il mio gioco. Rendo meglio quando penso alla squadra (magari facendo un passaggio in più), più che a me stesso. Privilegio l’aspetto tattico.”

Quali sono i cardini della tua vita?
“La mia vita è abbastanza incentrata su questo. Lo sport è stato presente in ogni momento, un sostegno anche nei periodi più difficili. Accendendo la tv, andando allo stadio o al palazzetto: mi sono sempre fidato ciecamente dello sport. A casa guardo una marea di partite di basket e di calcio. Le prime mi servono per imparare e studiare situazioni, le altre per discutere con gli amici. Nel tempo libero sto aggiungendo piatti al mio arsenale culinario.”

Cosa ti ha spinto a scegliere Storia dell’Arte?
“Sono amante dell’architettura medievale. Quando ero all’asilo, disegnavo edifici, chiese e campanili. Mio papà era un esperto di Risorgimento e storia dell’Ottocento e mi portava a Verona o a Mantova a vedere le migliori opere architettoniche. Quando tornavo a casa, disegnavo ciò che avevo visto. A volte mi sento come i signori del Settecento che facevano i ‘grand tour’, scendendo dal nord dell’Europa per raggiungere Venezia o Roma e per riportarle in vita con i propri schizzi. Per me l’ideale è andare in una città, assistere ad una partita e poi unire cibo della tradizione e storia dell’arte. È un modo per coniugare tutto.”

Non tutti i professori di Lettere, quindi, sono ‘topi da biblioteca’.
“Vero. A volte mi sento una mosca bianca. Conosco molti allenatori e la maggior parte di loro ha titoli di fisioterapia, ma nessuno insegna Lettere. Faccio fatica a trovare legami fra le due cose. Quando vado a scuola e parlo di sport, nessuno mi capisce. E quando vado in palestra e parlo di arte, succede lo stesso. Sono due mondi diversi, difficili da coniugare.”

Sei soddisfatto di tutto quello che stai facendo?
“Sì. Sono una persona con i piedi per terra. Non ho grandi ambizioni, se non quella di riuscire a fare bene tutto ciò in cui mi sto impegnando. All’inizio avevo molti pregiudizi sul fatto di lavorare con i bambini: ma con il tempo ho capito che trasmettono grandi emozioni. A volte seguo istruttori più esperti di me, perché non posso smettere di imparare se voglio aiutare i ragazzi a migliorare. Questo è il significato vero dell’allenare: trasmettere qualcosa a persone che rappresentano il nostro futuro.” 

Clarita Ferri